Lo Stato non può imporre la Vita !

Rifiutare di adempiere alla decisione del malato di interrompere la sua “vita sospesa” e del tribunale che ha esaminato la sua richiesta dichiarandola meritevole, comporta l’obbligo per l’Ente che ha rifiutato di darvi corso di risarcire il danno.
Né, a tal fine, si possono invocare motivi di coscienza, in quanto “a chi avanza motivi di coscienza si può e si deve obiettare che solo gli individui hanno una “coscienza”, mentre la “coscienza” delle istituzioni è costituita dalle leggi che le regolano”.
Questa è l’opinione del tar Lombardia espressa nella sentenza N. 00650/ del 6 aprile, che ha condannato la Regione Lombardia al risarcimento a favore del padre di Eluana Englaro, alle somme complessiva di € 142.965,78 a titolo di danno patrimoniale e iure hereditatis per lesione dei diritti fondamentali e da lesione di rapporto parentale.
La responsabilità della pubblica amministrazione si fonda sulla lesione di un diritto legittimo
La responsabilità della pubblica amministrazione da provvedimento illegittimo risponde ad un modello speciale non riconducibile ai modelli che operano nel settore del diritto civile.
Gli elementi costitutivi della responsabilità della p.a. sono rappresentati, dall’elemento oggettivo, dall’elemento soggettivo (colpevolezza o rimproverabilità), dal nesso di causalità materiale o strutturale e dal danno ingiusto, inteso come lesione alla posizione di interesse legittimo.
Nello specifico, quanto all’elemento oggettivo della responsabilità, ossia il fatto lesivo e la sua ingiustizia, consiste in primo luogo nell’impedimento frapposto all’esecuzione dell’autorizzazione rilasciata dalla Corte di Appello di Milano, con decreto del 9 luglio 2008, emesso nel giudizio di rinvio disposto dalla Corte di Cassazione, sez. I, 16.10.2007, n. 21748, e in sede di reclamo contro provvedimento del giudice tutelare del Tribunale di Lecco e divenuto definitivo. Successivamente la Regione non ha dato corso neppure alla sentenza del Tar n. 214 del 26 gennaio 2009, confermata dal Consiglio di Stato con sentenza del 2 settembre 2014 n. 4460, che ha annullato il diniego del Direttore Generale della Direzione generale Sanità della Giunta Regionale Lombardia del 3 settembre 2008 di accettare il ricovero della malata. Tutti i provvedimenti sono rimasti inadempiuti fino al decesso della paziente.
Il nesso di causalità sussiste in quanto l’inottemperanza al giudicato civile prima, ed a quello amministrativo poi, ha determinato la protrazione di uno stato vegetativo permanente in capo al soggetto interessato e contro la sua volontà, con tutte le conseguenza che ne sono derivate.
Il danno non patrimoniale
Il rifiuto espresso dalla Regione Lombardia, ha determinato la lesione del diritto fondamentale di autodeterminazione in ordine alla libertà di scelta di non ricevere cure, oltre che della salute, così come ricostruito nelle sentenze (c.d. diritto di staccare la spina: da ultimo, Cass., SS.UU, 22 dicembre 2015, n. 25767). Le lesioni sono state aggravate dalla circostanza che, nemmeno dopo la pronuncia del Tar, la Regione ha messo a disposizione una struttura per eseguire quanto statuito nelle diverse sedi giurisdizionali.
Si tratta poi di danno conseguenza, ossia di lesione che ha avuto degli effetti, seppure di tipo non patrimoniale, giacché non è stata rispettata la volontà del soggetto interessato – per come ricostruita dalla Corte d’Appello – di voler mettere fine ad un trattamento sanitario; ciò rappresenta una palese violazione degli artt. 2, 13 e 32 Cost. (Corte costituzionale, sentenza n. 438 del 2008; Cass. Civ., III, 12 giugno 2015, n. 12205).
La quantificazione dei sopra richiamati danni, di tipo non patrimoniale, può avvenire soltanto attraverso una valutazione in via equitativa (Cass. Civ., III, 23 gennaio 2014, n. 1361) in ragione del non brevissimo lasso di tempo – dalla predetta pronuncia la paziente ha dovuto attendere prima della interruzione del trattamento sanitario.
Danno da lesioni relazioni familiari
Si tratta di un pregiudizio a diritti fondamentali che trovano la loro fonte diretta nella Costituzione, atteso che nell’art. 2059 c.c. trova adeguata collocazione “anche la tutela riconosciuta ai soggetti che abbiano visto lesi i diritti inviolabili della famiglia (artt. 2, 29 e 30 Cost.).
Tale figura di danno, da collocare nell’ambito del danno conseguenza non patrimoniale, risulta quindi pienamente risarcibile, anche laddove la lesione del legame familiare non dipenda da una condotta penalmente illecita.
Nel caso di specie, tenuto conto della peculiare situazione legata alla persistenza dello stato vegetativo della paziente per ben 17 anni, scaturito da un incidente stradale, il diniego regionale del 3 settembre 2008, assunto in consapevole ed evidente contrasto con le richiamate pronunce giurisdizionali, ha aggravato le difficoltà e i turbamenti che hanno dovuto affrontare i genitori, in particolare il padre che aveva assunto anche la veste di tutore, vanificando gli effetti del Decreto della Corte d’Appello di Milano del 9 luglio 2008.
In ragione di ciò, la vita familiare, già sconvolta da fondamentali e radicali cambiamenti dello stile di vita, è stata ulteriormente turbata dall’ostruzionismo della Regione Lombardia (cfr. Cass. Civ., III, 20 agosto 2015, n. 16992): si è impedito quindi al ricorrente di dare seguito alla volontà della figlia di non continuare a vivere quello stato di incoscienza permanente, essendo stata accertata con le più volte citate pronunce giurisdizionali – rese sia in sede civile che amministrativa e passate in giudicato – l’incompatibilità di uno stato vegetativo con lo stile di vita e i convincimenti profondi riferibili alla persona, correlati ai fondamentali diritti di autodeterminazione e di rifiutare le cure (artt. 2, 13 e 32 Cost.).
La quantificazione del danno alla lesione del rapporto parentale, di natura catastrofale, non può che avvenire in via equitativa pura in ragione della assenza di criteri standardizzati o di riferimenti rinvenibili nell’ordinamento (sulla valutazione equitativa e sulla “personalizzazione della liquidazione”, si veda Cass. Civ., III, 20 agosto 2015, n. 16992).
Un lungo cammino verso il diritto alla morte naturale
Il confine tra confine tra “ atto terapeutico” ed “accanimento” è labile e non ben tracciato e l’assenza di una legge che regoli le dichiarazioni anticipate di fine vita lascia il medico in una situazione di “ responsabilità sospesa”. Nei paesi anglosassoni il termine utilizzato è “Futility” nel quale non vi è alcuna incertezza interpretativa. Interruzione dell’alimentazione e sedazione terminale sono problemi sui quali i medici devono confrontarsi “senza rete”.

Tale distinzione si rinviene anche nei documenti della congregazione per la dottrina della fede che, nella descrizione del quinto comandamento al punto 2278 definisce la differenza nel seguente modo: l'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'« accanimento terapeutico ». Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente”.

Il confine è stato tracciato anche dal codice di deontologia medica e da alcune sentenze che hanno stabilito l’esistenza del “diritto alla morte naturale”.

Art. 16 codice deontologico 2006

Art. 16 codice deontologico 2014
Accanimento diagnostico-terapeutico
Il medico, anche tenendo conto delle volontà del paziente laddove espresse, deve astenersi dall’ostinazione in trattamenti diagnostici e terapeutici da cui non si possa fondatamente attendere un beneficio per la salute del malato e/o un miglioramento della qualità della vita .
Il medico, tenendo conto delle volontà espresse dal paziente o dal suo rappresentante legale, e dei principi di efficacia e di appropriatezza delle cure, non intraprende né insiste in procedure diagnostiche e interventi terapeutici clinicamente inappropriati ed eticamente non proporzionati, da quali no ci si possa fondamentalmente attendere un effettivo beneficio per la salute e/o un miglioramento della qualità della vita.
Il controllo efficace del dolore si configura, in ogni condizione clinica, come trattamento appropriate e proporzionato.
Il medico che si astiene da trattamenti non proporzionati non pone in essere, in alcun caso, un comportamento finalizzato a provocare la morte
Consiglio di Stato 04460 - 02 /09 /2014 Nessuna visione della malattia e della salute, nessuna concezione della sofferenza e, correlativamente, della cura, per quanto moralmente elevata o scientificamente accettata, può essere contrapposta o, addirittura, sovrapposta e comunque legittimamente opposta dallo Stato o dall’amministrazione sanitaria o da qualsivoglia altro soggetto pubblico o privato, in un ordinamento che ha nel principio personalistico il suo fondamento, alla cognizione che della propria sofferenza e, correlativamente, della propria cura ha il singolo malato.
“Cura” non è infatti ciò che l’Amministrazione ritiene di proporre o imporre al paziente, in una visione autoritativa di salute che coincida solo con il principio di beneficialità – poiché è la cura a dover adattarsi, nei limiti in cui ciò sia scientificamente possibile, ai bisogni del singolo malato e non il singolo malato ad un astratto e monolitico concetto di cura – ma il contenuto, concreto e dinamico, dell’itinerario umano, prima ancor che curativo, che il malato ha deciso di costruire, nell’alleanza terapeutica con il medico e secondo scienza e coscienza di questo, per il proprio benessere psico-fisico, anche se tale benessere, finale e transeunte, dovesse preludere alla morte. La scelta consapevole e informata, per quanto tragica, di accettare serenamente, anche sol lenendo l’acuirsi della sofferenza, la progressione inarrestabile del male fisico sino alla morte; l’applicazione delle fondamentali cure palliative, ora disciplinate dalla l. 15 marzo 2010, n. 38, e non a caso collocate dall’art. 1 di tale legge, con una previsione che ha un indubbio valore sistematico, nell’ambito dei livelli essenziali di assistenza, e la c.d. terapia del dolore, l’accompagnamento del paziente nella fase terminale della malattia.
Cass., sez. I, 16.10.2007, n. 21478 ( caso Englaro) Non v’è dubbio che l’idratazione e l’alimentazione artificiali con sondino nasogastrico costituiscono un trattamento sanitario” e che “esse, infatti, integrano un trattamento che sottende un sapere scientifico, che è posto in essere da medici, anche se poi proseguito da non medici, e consiste nella somministrazione di preparati come composto chimico implicanti procedure tecnologiche”.

Procura della Repubblica di Sassari, Richiesta di archiviazione 23 gennaio 2008 ( caso Nuvoli) In forza di tale circostanza il reato, astrattamente configurabile nella condotta del medico che aveva in cura Nuvoli, era stato prospettato come omicidio del consenziente in forma omissiva artt. 40 comma 2 e 579 c.p.
A fronte di questa possibile ipotesi delittuosa, la pubblica accusa esclude che
“nella condotta del sanitario sia ravvisabile il delitto previsto dall'art. 579 c.p. In particolare: viene esclusa a carico di questi la fattispecie di omicidio del consenziente (in forma omissiva) in quanto, essendo «il rifiuto opposto dal Nuvoli giuridicamente efficace (...) , la relativa omissione del medico non è tipica» ed in tal caso non solo «viene (...) meno l'obbligo giuridico ex art. 40 comma 2 c.p.», ma «anzi scatta per il medico il precipuo dovere di rispettare la volontà del paziente», ponendosi «l'ipotesi di idratazione e nutrizione forzata (...) in aperta rotta di collisione anche con l'art. 13 comma 1 Cost., a tenore del quale la libertà personale è inviolabile», cosicché «il medico che alimenta forzatamente il paziente risponde di violenza privata»”.
“Sarebbe sufficiente attenersi alla lettera dell'art. 32 comma 2 Cost., laddove nel riferimento testuale ad un «trattamento sanitario» circoscrive l'oggetto del rifiuto ad una condotta «che ha come contenuto competenze di carattere medico e che può essere posta in essere unicamente da un soggetto professionalmente qualificato, come è, appunto, il medico, e sempre all'interno di un rapporto di natura contrattuale a contenuto sanitario instaurato tra quest'ultimo ed il paziente»”

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